Blog Listing

Mentre fuori piove

Era un venerdì di fine settembre, stavo tornando dall’Ospedale San Giuseppe di Milano dove era ricoverata una mia amica, erano da poco passate le quattro di pomeriggio, il cielo pioveva, grigio più che mai. Tirava anche un po’ di vento, quello freddo, quello che ti fa capire che ormai l’inverno è alle porte.

Indossavo solo una felpa estiva col cappuccio e un piccolo ombrellino comprato a pochi euro da uno dei tanti extracomunitari che vendono cianfrusaglie nelle metropolitane. Era un ombrellino che si piegava in due ad ogni folata di vento, se fosse stato chiuso sicuramente mi sarei bagnato molto meno. Camminavo smarrito con lo sguardo fisso a terra, e non riuscivo a smettere di pensare a lei, e quanto avrei voluto restarle accanto tutto il pomeriggio e la sera e il giorno dopo e quello dopo ancora, che non desideravo essere in nessun altro posto nel mondo, se non lì vicino a lei e tenerle stretta la mano. Pensavo che non vedevo l’ora di rivederla, sorridere assieme a lei e perdermi nei suoi occhi come il primo giorno che l’ho incontrata.

Camminando sotto la pioggia pensando a lei, cresceva piano piano dentro me la voglia di reagire, di alzare lo sguardo per vedere davanti a me la città che nonostante la pioggia, nonostante il freddo, nonostante il grigio del cielo e nonostante tutto andava avanti: le macchine a passo d’uomo nel traffico, i clacson, i tram affollati, la gente di corsa che attraversava le strade evitando le pozzanghere, i camioncini fermi in doppia fila per le ultime consegne della giornata, le luci dei lampioni accendersi qua e là, i cani infreddoliti a spasso con i loro padroni e la gente fumare fuori dai bar. La città nonostante tutto era viva e in fondo volevo esserlo un po’ anche io. Avevo poco meno di un’ora di tempo per raggiungere Via Meravigli, a pochi passi dal Duomo, dove avrei dovuto fare il cameriere per un catering in un evento organizzato dalla Camera di Commercio francese. Da via San Vittore, dove c’era l’Ospedale, a piedi ci si arrivava in circa quindici minuti, decisi di affrettarmi perché lì vicino, in via Dante, avrei potuto fare due passi tra le vetrine dei negozi, e mescolarmi con i turisti, così per passare il tempo e cercare di non pensare più di tanto a lei.

“L’incontro”

Giunto alla fine della via, però, lo stomaco ha iniziato a brontolare, nello zaino avevo un paio di brioche, così ho attraversato Piazza Cordusio e raggiunto Piazza dei Mercanti e qui, sotto le volte del porticato medievale, mi sono seduto sui gradini e ho iniziato timidamente a dare qualche morso alla prima brioche. Ma la fame, così com’era arrivata all’improvviso, così all’improvviso svanì. Sono rimasto quindi con il sacchetto in mano e con la coda dell’occhio ho iniziato a guardarmi attorno. A destra il Duomo era ancora in restauro, avvolto da grigie impalcature, e la piazza era piena di gente che camminava veloce sotto ombrelli di ogni grandezza e colore. Davanti a me invece c’erano alcuni piccioni che fissavano la brioche che avevo in mano, e qualcuno di questi più coraggioso gironzolava vicino i miei piedi a raccogliere le briciole cadute a terra poco prima. E poi a sinistra, poco distante, riparato in un angolo del porticato, c’era un uomo seduto a testa china su un improvvisato sgabello costruito con un paio di cassettine di legno del mercato, quelle che si usano per la frutta e la verdura. Era un senzatetto o barbone. Accanto a lui c’erano due grossi borsoni di tela, quattro cartoni appiattiti appoggiati contro il muro, un cartone di latte e due bottiglie d’acqua.

Guardando meglio mi sono accorto che stava dormendo, dondolava leggermente a causa del poco equilibrio di quelle cassettine di legno. In quel momento stavo staccando un pezzetto di brioche per sbriciolarlo ai piccioni, ma alla fine ho pensato che forse quel poco cibo che avevo, sarebbe stato meglio se lo avessi dato a lui.E’ stato in quel momento che dentro di me si era risvegliato qualcosa, l’indifferenza per le persone come lui che incontravo sempre ad ogni angolo della città, sembrava andata via. Quando camminavo per strada cercavo sempre di evitare i loro sguardi, a volte per paura, altre per fastidio, altre volte per evitare di perdere tempo, come se avessi dovuto fare chissà cosa di così importante da non poter proprio fermarmi un attimo. Quel pomeriggio di fine settembre, con il cuore a pezzi, il corpo infreddolito e stanco e i vestiti bagnati, mi sono alzato dai gradini e lentamente mi sono avvicinato a lui. Quando mi sono ritrovato davanti ho guardato l’orologio, mancavano venti minuti alle cinque. Non potevo stare lì ancora per molto, ma non volevo lasciargli semplicemente il sacchetto mentre dormiva e scappare via come avevo sempre fatto. E proprio in quel momento l’uomo ha aperto debolmente gli occhi e mi ha sorriso. Gli ho offerto le brioches, ringraziandomi mi ha chiesto se avevo anche una sigaretta. Gli ho detto Non dovresti fumare. Mi ha risposto ridendo Hai ragione.

Ho guardato l’orologio, dieci minuti alle cinque. Deciso a fare la sua conoscenza, ho iniziato a fargli le solite domande che si fanno la prima volta ad una persona che non si è mai vista prima. In pochi minuti mi ha raccontato il motivo per il quale si era ritrovato a dormire per strada, la sua famiglia, la gente che ogni tanto lo aiutava e le sue paure. Sono rimasto ad ascoltarlo in silenzio, annuendo timidamente con la testa ogni volta che i nostri occhi si incrociavano. Parlava con molta calma, dettata probabilmente dalla stanchezza e dalla rassegnazione. Ho guardato nuovamente l’orologio, ormai mancavano pochi minuti alle cinque, dovevo scappare al lavoro.

L’ho salutato stringendogli la mano, io che prima avevo paura ad avvicinarmi ad un senzatetto, ora stavo stringendo la sua mano sporca e maleodorante, ma calda, calda come il suo cuore, che nonostante il vento, il freddo e la pioggia, continuava a battere per tenere in vita quell’anima distrutta e abbandonata dal mondo. Prima di andare via gli ho promesso che sarei tornato a trovarlo presto. Mi ha risposto con un sorriso Se non muoio, mi troverai ancora qui. Ho attraversato di nuovo Piazza Cordusio e raggiunto di corsa Via Meravigli, la pioggia aveva iniziato a cadere con più regolarità. Sono arrivato davanti l’ingresso di Palazzo Turati, prima di entrare sono rimasto ancora qualche secondo sul marciapiede, a fil di muro per ripararmi dalla pioggia. Ho guardato ancora una volta il cielo grigio e poi a terra davanti a me seguendo i passi veloci della gente che camminava sul marciapiede. Ma dovunque guardassi, i miei pensieri mi riportavano a quell’uomo, seduto in quel freddo angolo di strada.

Luciano

L’uomo si chiamava Luciano ed era un signore di mezza età. Era stato sfrattato dalla sua casa e da molto tempo ormai il porticato di Piazza Mercanti era diventato il suo unico riparo. Luciano era malato anche se non lo dava a vedere. Soffriva di una grave insufficienza renale in uno stato così avanzato che la dialisi ormai non bastava più, doveva essere operato. Era in attesa del suo turno nella graduatoria dell’ospedale per il trapianto dei reni.

Quando me l’ha raccontato ho pensato che se l’avessero operato, per un po’ di tempo almeno avrebbe avuto un letto caldo e dei pasti regolari tutti i giorni. Luciano faceva fatica a camminare, i piedi erano molto gonfi e lo obbligavano ad usare i sandali, perché non riusciva a farli più entrare nelle scarpe. Anche restare semplicemente in piedi per lui era un problema, il dolore ai reni era così forte che tutta la schiena gli faceva male. Luciano in quei giorni di pioggia, restava praticamente tutto il tempo seduto da solo in quell’angolo di porticato. Da solo con il suo dolore e i suoi pensieri. Ogni tanto, durante il pomeriggio, quando le scuole erano chiuse e le vie del centro venivano invase dai ragazzini, veniva spesso preso di mira da loro, con insulti e risate che gli facevano più male della sua stessa malattia. Nella notte poi iniziava per lui la vera tortura, spesso veniva minacciato da balordi ubriachi o da altri clochard come lui, in una silenziosa guerra tra poveri.

Il Ricordo

Questo è tutto ciò che ricordo di lui, sono trascorsi parecchi anni ormai e non ho mantenuto la promessa. Solo ieri mi sono deciso e sono andato a trovarlo ma lui non c’era più, ma a chi potevo chiedere che fine avesse fatto? Onestamente in questi anni mi sono dimenticato di lui, dei suoi occhi, del suo sorriso, di quelle sue parole, ma peggio ancora mi sono dimenticato nuovamente di tutti quelli come lui. E anche oggi penso a come possiamo noi uomini essere così indifferenti a queste persone, come possiamo pensare che una moneta gettata a terra possa bastare per lavare le nostre coscienze?

Come posso io lasciare per terra un uomo malato, nel freddo e nella pioggia, e andarmene via sperando che lo aiuti qualcun altro? Che uomo sarei io ad abbandonare un altro uomo? La verità è che io non sono nulla, come nulla era ormai diventata la vita di quell’uomo che vidi in quel pomeriggio di settembre, seduto nel porticato con gli occhi chiusi fra i suoi ricordi ormai spenti e dimenticati dal tempo.

Ma oggi è dicembre, mancano pochi giorni a natale, e sono passati parecchi anni da allora, e mi ritrovo a casa, in piedi davanti la finestra. Guardo la città, i palazzi, le strade, la gente e anche oggi che è inverno penso a lui, mentre fuori piove.



Leave a Reply

Pubblicato il: 10 Luglio 2018 alle 12:54 pm