Mercoledì

Come devo comportarmi quando incontro una persona senza fissa dimora?

“La vita da senzatetto è una dura, dura lotta. Sei sempre affamato, sei sempre stanco e la società pensa sempre il peggio di te”. Gregory P. Smith è un uomo australiano che ha deciso di raccontare i 25 anni passati sulla strada in un libro (Out of the Forest) che potesse smuovere le coscienze.

Come le tante persone finite sulla strada che noi incontriamo nei nostri mercoledì a Milano, anche Smith descrive la sua storia come quella di una persona che la vita ha spezzato. Una vita fatta di anni traumatici, di una infanzia difficile, di anni passati in carcere, alla ricerca di una soluzione e poi sfociati nella dipendenza dall’alcol.

Ed è proprio leggendo il suo romanzo che riusciamo a capire anche quanto sia difficile entrare in quella piccola porta che separa i senzatetto dal resto della società. Quella porta che sembra impossibile da aprire, perché spesso viene sigillata dal silenzio, dalla vergogna, dalla sofferenza di vivere nell’indifferenza generale.

Lo stesso Smith infatti scrive nel suo libro: “Sono arrivato a vedere la società – le persone ben vestite con lavoro, casa, cibo, famiglia, amici e stabilità – come un rafforzamento dei miei sentimenti di vergogna e auto-disgusto. Per la maggior parte di loro, essere senzatetto significa essere trasparenti. Nella mia esperienza, la stragrande maggioranza dei passanti fa finta che la sfortunata anima sulla panchina del parco o rannicchiata sul marciapiede del centro città di fronte a loro semplicemente non ci sia. Mi guardavano come se fossi fatto di vetro”.

Salvare gli uomini di vetro, gli uomini trasparenti. Questa diventa quindi l’emergenza del mondo di oggi che spesso è abituato a far finta che la sofferenza non esista.

Dopo aver trascorso 15 anni di questa vita, Smith si è rifugiato nella foresta pluviale nella costa nord dell’Australia, perché vivere in quella foresta gli risparmiava l’umiliazione di essere ignorato dalla popolazione. Per la prima volta era lui a scegliere ignorare come un eremita il resto del mondo. Spesso questo sentimento è quel che anima molti senzatetto che con il tempo diventano quindi come piccole “isole” distanti dalla terra ferma e incapaci di avere alcun contatto con chi li circonda.

Smith nel suo libro scrive “Nel decidere di dare alla società un’altra possibilità, ho giurato di essere la migliore versione di me stesso possibile. Per quanto ci fosse una tendenza per le persone a evitare i senzatetto, mi sono reso conto che anche io avevo allontanato il mondo da me. Abbassando leggermente la guardia, ho permesso alle persone di entrare nella mia vita”.

Quando le persone chiedono a Smith come devono comportarsi quando incontrano una persona senza fissa dimora, lui risponde: “forse non puoi fare la differenza per le condizioni di quella persona, ma puoi fare la differenza su come la vedi. Molti sono feriti dalla vergogna e dallo stigma di essere senzatetto. Non fingere che non esistano: anche loro sono persone”.

Essere parte di [!N]Difference significa credere esattamente in queste parole.

Forse non potremo mai cambiare le condizioni di quel senzatetto che abbiamo appena incontrato, ma possiamo fare la differenza nel restituirgli quel corpo e quella dignità che gli appartengono attraverso l’ascolto e la presenza. Con il nostro esempio possiamo smuovere le coscienze di chi vede queste persone come uomini di vetro.

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Pubblicato il: 13 Novembre 2018 alle 9:18 am